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Tolkien, John Ronald Reuel - Lo Hobbit (1937).doc
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Capitolo IV

Su e giù

C'erano molti sentieri che portavano su per quelle montagne, e molti passi sopra di esse. Ma la maggior parte dei sentieri si rivelavano inganni e illusioni che non portavano in nessun posto o a una brutta fine; e la maggior parte dei passi era infestata da cose malvagie e da pericoli mortali. I Nani e lo Hobbit, aiutati dai saggi consigli di Elrond, e dalla sapiente memoria di Gandalf, presero la strada giusta per il passo giusto.

Lunghi giorni dopo che erano usciti dalla valle e avevano lasciato l'Ultima Casa Accogliente molte miglia dietro di sé, essi stavano ancora salendo, salendo, e salendo. Era un sentiero difficile e pericoloso, un cammino tortuoso, solitario e lungo. Voltandosi, potevano ora vedere le terre che avevano lasciato, distese dietro di loro molto più in basso. Bilbo sapeva che lontano lontano, a Occidente, dove tutto era azzurro e sbiadito, c'era il suo paese, dove le cose erano sicure e tranquille, e la sua piccola caverna hobbit. Rabbrividì. Il freddo stava diventando sempre più intenso lassù e il vento soffiava fischiando tra le rocce. A tratti, grossi macigni precipitavano giù dai fianchi della montagna, staccati dal sole di mezzogiorno che scioglieva la neve, e passavano in mezzo a loro (una bella fortuna!), o sopra la loro testa (una bella preoccupazione!). Le notti erano disagevoli e gelide, ed essi non osavano cantare o parlare a voce troppo alta, poiché l'eco era strana e pareva che il silenzio non volesse essere rotto, tranne che dal rumore dell'acqua, dal gemito del vento e dallo sgretolarsi delle rocce.

'Là sotto è estate,' pensò Bilbo 'e si falcia il fieno e si va a fare i picnic. Faranno la mietitura e raccoglieranno le more prima ancora che noi cominciamo a scendere giù dall'altra parte, se continuiamo di questo passo'. Anche gli altri erano assorti in pensieri ugualmente cupi, benché quando avevano salutato Elrond al culmine delle speranze di un mattino di mezz'estate, avessero parlato gaiamente di superare le montagne e di attraversare rapidamente le terre al di là di esse. Avevano creduto di arrivare alla porta segreta sulla Montagna Solitaria forse proprio in quella prossima luna nuova d'Autunno «e forse sarà il Giorno di Durin», avevano detto.

Solamente Gandalf aveva scosso la testa e non aveva detto niente. I Nani non erano più passati per quella strada da molti anni, ma Gandalf sì, e sapeva quanto il male e il pericolo fossero aumentati e avessero allignato nelle Terre Selvagge, da quando i draghi avevano cacciato gli Uomini, e gli Orchi si erano diffusi di nascosto a tutti, dopo la battaglia delle Miniere di Moria. Perfino i piani ben fatti di uno stregone saggio come Gandalf e di un buon amico come Elrond qualche volta falliscono, quando si vive un'avventura pericolosa sul Confine delle Terre Selvagge; e Gandalf era uno stregone saggio abbastanza per saperlo.

* * *

Sapeva che sarebbe potuto accadere qualcosa di inaspettato e non osava nemmeno sperare che avrebbero attraversato senza terribili vicissitudini quelle montagne grandi e alte con vette solitarie, e quelle valli dove non governava nessun re. E qualcosa accadde, infatti. Tutto andò bene fino a che un giorno furono assaliti da un temporale con fulmini e tuoni, o piuttosto da una guerra tra fulmini e tuoni. Sapete quanto possa essere spaventosa una tempesta veramente violenta in pianura o nella vallata di un fiume; specie certe volte, quando due grossi temporali si scontrano o cozzano. Ma tuoni e fulmini sono ancora più terribili sulle montagne, di notte, quando le bufere si levano da Est e Ovest e si fanno guerra. I fulmini si infrangono sulle vette e le rocce tremano, e grossi macigni si spaccano e fendono l'aria, rotolando e precipitando in ogni grotta e in ogni cavità; e il buio è percorso da rumori minacciosi e da luci improvvise.

Bilbo non aveva mai visto né immaginato niente di simile. Si trovavano in alto su una strettoia, e da un lato un precipizio pauroso scompariva in una valle oscura. Si erano riparati lì per la notte, sotto una roccia sporgente, ed egli giaceva sotto una coperta e tremava dalla testa ai piedi. Quando fece capolino, alla luce dei lampi vide che dall'altra parte della valle i Giganti di pietra erano usciti all'aperto e giocavano a scagliarsi l'un l'altro dei grossi macigni, afferrandoli e scaraventandoli nell'oscurità, dove si fracassavano tra gli alberi giù in basso, o si frantumavano in piccoli pezzi con un'esplosione. Poi vennero vento e pioggia, e il vento sbatté pioggia e grandine in ogni direzione, così che una roccia sporgente non riparava proprio per niente. Ben presto furono tutti fradici e i pony stavano con la testa abbassata e la coda fra le gambe, e alcuni nitrivano per la paura. Potevano udire i Giganti che sghignazzavano e urlavano su tutti i fianchi delle montagne.

«Qui non va bene per niente!» disse Thorin. «Se il vento non ci porta via, la pioggia non ci sommerge o il lampo non ci fulmina, saremo presi da qualche Gigante che ci tirerà per aria con un calcio come fossimo palloni.»

«Allora, se conosci un posto migliore, portaci lì!» disse Gandalf, che era d'umore assai scontroso e ben lontano anche lui dal sentirsi tranquillo a proposito dei Giganti.

La conclusione della loro disputa fu che mandarono Fili e Kili a cercare un rifugio migliore. Essi avevano una vista acutissima e poiché erano più giovani di circa cinquant'anni degli altri Nani, di solito era a loro che veniva affidato questo tipo di incarico (dato che, come ognuno poteva vedere, era perfettamente inutile mandare Bilbo). Se volete trovare qualcosa, non c'è niente di meglio che cercare, così almeno disse Thorin ai due giovani Nani. Certo, di solito qualcosa si trova, se si cerca, ma non sempre si tratta proprio della cosa che si voleva. Così accadde in quella circostanza.

Presto Fili e Kili tornarono indietro strisciando, afferrandosi alle rocce controvento. «Abbiamo trovato una grotta asciutta» dissero «non lontano, girato l'angolo lì vicino: potrebbero entrarci i pony e tutto il resto.»

«L'avete esplorata coscienziosamente?» disse lo stregone, il quale sapeva che in alta montagna le grotte raramente sono disabitate.

«Sì, sì!» dissero, sebbene ciascuno sapesse di non esserci rimasto molto a lungo; e infatti erano tornati troppo presto.

Questo, ovviamente, è il pericolo che si corre con le grotte; non si sa mai quanto siano profonde, a volte, o dove possa portare un passaggio interno, o che cosa vi aspetti là dentro. Ma in quel momento le notizie di Fili e Kili sembrarono abbastanza buone. Così si alzarono tutti e si prepararono a traslocare. Il vento fischiava e il temporale rumoreggiava ancora, ed ebbero il loro daffare a rimettersi in cammino con i pony. Tuttavia non era molto lontano, e in breve giunsero a una grossa roccia ben salda in mezzo al sentiero. Se si passava dietro di essa, si trovava un arco basso, aperto nel fianco della montagna. C'era appena posto per farci passare con un po' di fatica i pony, dopo aver tolto loro il carico e le selle. Mentre passavano sotto l'arco, era bello udire il vento e la pioggia al di fuori, invece che tutt'intorno a loro, e sentirsi al sicuro dai Giganti e dalle loro rocce. Ma lo stregone non voleva correre rischi. Accese il suo bastone magico (come aveva fatto nella sala da pranzo di Bilbo quel giorno che ora sembrava tanto lontano, vi ricordate?) e alla sua luce esplorarono la grotta da un'estremità all'altra.

Sembrava abbastanza ampia, ma non troppo vasta e misteriosa. Aveva un suolo asciutto e alcuni comodi angolini. A un'estremità c'era posto per i pony ed essi si misero lì (molto contenti del cambiamento) sbuffando e masticando rumorosamente col muso nella sacca del foraggio. Oin e Gloin volevano accendere un fuoco sulla soglia per asciugare i vestiti, ma Gandalf non ne volle sapere. Così sparsero gli indumenti bagnati al suolo, e ne tirarono fuori di asciutti dai loro fardelli; poi si aggiustarono le coperte, tirarono fuori la pipa, e fecero degli anelli di fumo, che Gandalf tramutò in vari colori e spedì a ballare sul soffitto per divertirli. Parlarono e parlarono, e dimenticarono la bufera, e discussero di che cosa ciascuno avrebbe fatto con la sua parte del tesoro (quando l'avessero ottenuto, cosa che al momento non sembrava tanto impossibile); e così si addormentarono l'uno dopo l'altro. E quella fu l'ultima volta che si servirono dei loro pony, pacchi, bagagli, attrezzi ed effetti personali.

Dopo tutto, l'aver portato con loro il piccolo Bilbo si rivelò un'ottima cosa, quella notte. Infatti, per un motivo o per l'altro, per un bel po' egli non riuscì ad addormentarsi; e quando finalmente si addormentò, fece sogni bruttissimi. Sognò che una fenditura nella parete posteriore della grotta si ingrandiva sempre di più, ed egli aveva molta paura ma non riusciva a dare l'allarme o far altro che restare disteso a guardare. Poi sognò che il suolo della grotta si spalancava sotto di lui, e che egli cominciava a precipitare, a precipitare, chissà dove.

A questo punto si svegliò di soprassalto, e scoprì che una parte del sogno era vera. Sulla parete posteriore della caverna si era aperta una grossa crepa, tanto da formare un passaggio abbastanza largo: fece appena in tempo a vedervi sparire dentro la coda dell'ultimo pony. Naturalmente emise un urlo fortissimo, un urlo forte quanto lo può emettere uno Hobbit, il che è sorprendente considerate le loro dimensioni.

Ed ecco saltar fuori gli Orchi, Orchi grossi, Orchi enormi e brutti, Orchi a non finire, prima che si potesse dire massi e sassi. Ce n'erano almeno sei per ogni Nano, e perfino due per Bilbo; e furono tutti agguantati e trascinati attraverso la fessura, prima che si potesse dire miccia e acciarino. Tutti tranne Gandalf, però. L'urlo di Bilbo era servito almeno a questo. Lo aveva completamente svegliato in una frazione di secondo, e quando gli Orchi gli si avvicinarono per agguantarlo, nella grotta ci fu un bagliore terribile come un lampo, un odore come di polvere da sparo, e molti tra di loro caddero morti.

La crepa si chiuse con uno scatto, e Bilbo e i Nani si trovarono dall'altra parte, quella sbagliata! Dove era Gandalf? Né loro né gli Orchi ne avevano la più pallida idea, e gli Orchi non persero tempo a scoprirlo. Acciuffarono Bilbo e i Nani e li spinsero avanti in gran fretta. Il buio era fittissimo, tanto che solamente degli Orchi che hanno preso l'abitudine di vivere nel cuore delle montagne potevano vederci. C'erano passaggi che si incrociavano e si intersecavano in tutte le direzioni, ma gli Orchi conoscevano la strada, come voi conoscete quella verso il tabaccaio più vicino; e la strada continuava a scendere, ed era terribilmente soffocante. Gli Orchi non sono certo persone molto tenere, e li pizzicavano senza pietà, sghignazzando e ridendo con le loro voci cavernose; e Bilbo si sentiva ancora più infelice di quando l'Uomo Nero lo aveva sollevato prendendolo per i piedi. Pensò con rinnovato e intenso desiderio alla sua bella e luminosa caverna hobbit. Non fu l'ultima volta!

Davanti a loro apparve ora un bagliore di luce rossa. Gli Orchi si misero a cantare, o piuttosto, a gracidare, accompagnandosi col battito dei piedi sulla pietra e scuotendo ritmicamente i loro prigionieri.

Afferra e spezza! Voragine nera!

Acciuffa, sbatti! Poi spazza a bufera!

E giù degli Orchi nel tetro palazzo

tu finirai, ragazzo!

Cozza, sfonda, fracassa, batti, pesta!

Martelli e mazze! Sonagliere a festa!

Picchia, colpisci, giù giù sotto il suolo!

Oh! mio figliolo!

La frusta sibila, sferza, poi schiocca!

Colpisce, e un gemito t'esca di bocca!

Cammina alacre e non t'arresta;

già gli Orchi trincano e fanno festa

ebbri essi danzano in giro pazzo

sottoterra, ragazzo!

Una cosa spaventosa. Le pareti riecheggiarono l'Afferra e spezza! e il batti, pesta! e il sinistro sghignazzare del loro sottoterra, ragazzo! Il significato genera le della canzone era fin troppo chiaro; infatti a un certo punto gli Orchi tirarono fuori le fruste, e le schioccarono facendole sibilare e sferzare, e così costrinsero tutti quanti a correre a più non posso davanti a sé; e più di un Nano già gemevi come un matto, quando entrarono barcollando in una grossa caverna.

Era illuminata da un gran fuoco rosso al centro, e da torce appese alle pareti, e rigurgitava di Orchi. Risero tutti e applaudirono freneticamente quando i Nani (col povero piccolo Bilbo alle loro spalle e più vicino alle fruste) entrarono correndo, mentre dietro di loro gli Orchi che li spingevano facevano schioccare e fischiare le fruste. I pony erano già stati pigiati in un angolo; e c'erano anche tutti i loro bagagli e fagotti che stavano a terra aperti, messi sottosopra dagli Orchi, annusati dagli Orchi, smaneggiati dagli Orchi, e disputati accanitamente dagli Orchi.

Temo che questa sia stata l'ultima immagine che ebbero di quegli eccellenti pony, incluso uno piccoletto, simpatico e robusto che Elrond aveva prestato a Gandalf, dal momento che il suo cavallo non andava bene per i sentieri montani. Il fatto è che gli Orchi mangiano cavalli, pony e somari (e altre cose molto peggiori), e sono sempre affamati. Comunque, per il momento i prigionieri pensavano solo a se stessi. Gli Orchi li incatenarono con le mani dietro la schiena e li legarono tutti insieme l'uno dopo l'altro, e poi li sospinsero all'estremità più lontana della caverna, col piccolo Bilbo che si trascinava, ultimo della fila.

Là nelle tenebre, su una pietra larga e piatta, sedeva un Orco orrendo dalla testa enorme, e intorno a lui stavano in piedi diversi Orchi armati delle asce e delle sciabole che sono soliti usare. Il fatto è che gli Orchi sono creature malvagie e crudeli. Non fanno cose belle, ma ne fanno molte di ingegnose. Possono scavare tunnel e miniere con bravura pari a quella dei Nani più abili, quando lo vogliono, anche se di solito sono disordinati e sporchi. Fanno molto bene martelli, asce, spade, pugnali, tenaglie e anche strumenti di tortura, oppure li fanno fare su loro disegno ad altra gente, prigionieri e schiavi che devono lavorare fino a che non muoiono per mancanza di aria e di luce. Non è improbabile che abbiano inventato alcune delle macchine che da allora in poi hanno afflitto il mondo, specialmente gli ingegnosi congegni per uccidere grandi masse di gente tutta insieme, poiché ruote, motori ed esplosioni sono sempre piaciuti loro moltissimo, anche se hanno cercato di lavorare il meno possibile con le proprie mani; ma in quei giorni e in quelle contrade selvagge essi non avevano ancora fatto tanti progressi (come vengono chiamati). Non odiavano i Nani in modo particolare, non più cioè di quanto odiassero tutti e tutto, e specialmente le persone pacifiche e prospere; anzi, in certi posti alcuni Nani malvagi avevano perfino fatto alleanza con loro. Ma avevano un rancore particolare verso il popolo di Thorin, a causa della guerra di cui avete sentito parlare, ma di cui non si tratta in questa storia; e comunque agli Orchi non importa chi catturano, purché riescano a farlo con furbizia e segretezza, e i prigionieri non siano capaci di difendersi.

«Chi sono questi miserabili?» domandò il Grande Orco.

«Nani, e questo!» disse uno di quelli che li avevano portati fin lì, dando uno strattone alla catena di Bilbo così che egli cadde in avanti sulle ginocchia. «Li abbiamo trovati che si riparavano nel nostro portico anteriore.»

«Che cosa significa ciò?» disse il Grande Orco rivolgendosi a Thorin. «Niente di buono, te lo assicuro! Spiavate gli affari privati del mio popolo, m'immagino! Non mi sorprenderei di scoprire che siete ladri! Assassini e amici degli Elfi, molto probabilmente! Avanti! Che hai da dire?»

«Thorin il Nano al vostro servizio!» egli replicò (era semplicemente una maniera educata di rispondere «niente»). «Non abbiamo nessuna idea delle cose che sospettate e immaginate. Ci siamo riparati dalla bufera in quella che sembrava una grotta adatta e fuori uso; niente era più lontano dai nostri pensieri che disturbare in qualsivoglia modo gli Orchi.» Il che era abbastanza vero!

«Uhm!» disse il Grande Orco. «Questo lo dici tu! Posso domandarti allora cosa facevate sulle montagne, e da dove venite e dove andate? In effetti vorrei sapere tutto di voi. Non che ti servirà a molto, Thorin Scudodiquercia, ne so già fin troppo della tua razza; ma di' la verità, o vi organizzerò qualcosa che non vi piacerà affatto!»

«Eravamo in viaggio per andare a trovare i nostri parenti, i nostri nipoti e nipotine, i nostri cugini di primo, secondo e terzo grado, e gli altri discendenti dei nostri nonni, che vivono a est di queste montagne squisitamente ospitali» disse Thorin, non sapendo bene cosa dire in un momento in cui ovviamente l'esatta verità sarebbe stata completamente fuori luogo.

«È un bugiardo, o Tremendissimo!» disse uno degli Orchi che avevano portato i prigionieri. «Molti dei nostri sono stati abbattuti dal fulmine nella grotta, quando abbiamo invitato questi esseri a venire giù; e sono morti come sassi! E poi non ha spiegato questa!» Egli tese la spada che Thorin aveva cinto, la spada che veniva dal covo degli Uomini Neri.

Il Grande Orco lanciò uno spaventoso urlo di rabbia quando la guardò, e tutti i suoi soldati digrignarono i denti, scossero gli scudi e batterono i piedi. Avevano riconosciuto immediatamente quella spada. Aveva ucciso centinaia di Orchi ai suoi tempi, quando i begli Elfi di Gondolin davano loro la caccia sulle colline o li combattevano sotto le loro mura. L'avevano chiamata Orcrist, «Fendiorchi», ma gli Orchi la chiamavano semplicemente Coltello. La odiavano, e odiavano ancora di più chiunque la cingesse.

«Assassini e amici degli Elfi» gridò il Grande Orco. «Squarciateli! Picchiateli! Mordeteli! Sbranateli! Portateli via nelle caverne scure piene di serpenti e non fategli più vedere la luce!» Era talmente arrabbiato che saltò su dal suo sedile e si precipitò lui stesso su Thorin con le fauci spalancate.

Proprio in quel momento tutte le luci della caverna si spensero, e il gran fuoco, puff!, esplose in una colonna di fumo bluastro e fosforescente che schizzò su fino al soffitto e sparse bianche scintille pungenti su tutti gli Orchi.

Le grida e le urla inarticolate, il gracidare, l'uggiolare, il farfugliare; gli ululati, i ringhi e le imprecazioni; lo strillio e lo stridio che seguirono erano al di là di ogni possibile descrizione. Molte centinaia di gatti selvatici e di lupi che fossero arrostiti vivi tutti insieme a fuoco lento sarebbero niente, a paragone. Le scintille scavavano fori brucianti nella carne degli Orchi, e il fumo che ora ricadeva dal tetto rendeva l'aria così spessa che perfino i loro occhi non riuscivano a vedervi attraverso. Presto caddero ammassati sul pavimento gli uni sugli altri, mordendo, picchiando e combattendo come se fossero tutti impazziti.

Improvvisamente una spada sfolgorò di luce propria. Bilbo la vide infilarsi diritta nel Grande Orco mentre questi stava in piedi fermo e stordito nel pieno della sua collera. Cadde morto e le sue guardie fuggirono via davanti alla spada, strillando nel buio.

La spada tornò nel fodero. «Presto, seguitemi!» disse una voce fiera e tranquilla; e prima che Bilbo capisse cos'era successo, trottava di nuovo in avanti, a più non posso, ultimo della fila, giù per passaggi scurissimi, con le urla degli Orchi che svanivano dietro di lui. Una pallida luce li guidava.

«Più svelti, più svelti!» disse la voce. «Non ci metteranno molto a riaccendere le torce!»

«Mezzo minuto!» disse Dori, che si trovava indietro, vicino a Bilbo, e che era un buon diavolo. Si prese lo Hobbit a cavalcioni sulle spalle aiutandosi meglio che poteva con le mani legate, e poi ripartirono tutti di corsa, con un clangore di catene, inciampando spesso, dato che non potevano servirsi delle mani per tenersi in equilibrio. Per un bel po' non si fermarono, e alla fine si trovarono proprio giù nel cuore della montagna.

Allora Gandalf accese il bastone magico. Naturalmente, era Gandalf; ma per il momento avevano ben altro cui pensare per domandargli come avesse fatto ad arrivare fin lì. Sfoderò ancora la spada, e nel buio essa sfolgorò di nuovo di luce propria. Ardeva di una collera che la faceva scintillare, se in giro c'erano degli Orchi; ora era vivida come una fiamma blu per la gioia provata nell'uccidere il potente signore della caverna. Non ebbe alcuna difficoltà a recidere rapidamente le catene degli Orchi e a liberare tutti i prigionieri. Il nome della spada era Glamdring la Battinemici, ve ne ricordate? Gli Orchi la chiamavano semplicemente Martello e, se possibile, la odiavano più di Coltello. Anche Orcrist era stata salvata; infatti Gandalf l'aveva portata con sé assieme all'altra spada, strappandola a una delle guardie terrorizzate. Gandalf pensava proprio a tutto; e anche se non poteva fare tutto, poteva fare molto per gli amici che si trovassero alle strette.

«Ci siamo tutti?» domandò, restituendo la spada a Thorin con un inchino. «Vediamo! uno: questo è Thorin; due, tre quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, undici; dove sono Fili e Kili? Eccoli qua! Dodici, tredici; ed ecco il signor Baggins: quattordici! Bene, bene! poteva andare peggio, anche se poteva andare molto meglio. Senza pony, senza cibo, senza sapere bene dove siamo, e con orde di Orchi furiosi alle calcagna. Su, andiamo avanti!»

Andarono avanti. Gandalf aveva pienamente ragione: in lontananza, lungo il passaggio che avevano percorso, cominciarono a udire rumori d'Orchi e grida orribili. Questo li fece schizzare avanti più velocemente che mai, e siccome il povero Bilbo non ce la faceva a tenere un'andatura veloce neanche la metà della loro - infatti i Nani possono mantenere un ritmo infernale nella loro corsa, se ce n'è bisogno, ve lo dico io - fecero a turno a portarselo in spalla.

Tuttavia gli Orchi sono più veloci dei Nani, e questi Orchi conoscevano meglio la strada (avevano aperto i passaggi proprio loro), ed erano fuori di sé dalla rabbia; così per quanto facessero, i Nani sentivano le grida e le urla farsi sempre più vicine. Ben presto furono in grado di udire perfino il battito sordo dei piedi degli Orchi, tanti, tantissimi piedi che parevano provenire proprio da dietro l'ultima curva. Potevano vedere alle loro spalle, nel tunnel che stavano seguendo, il bagliore delle torce rosse; e cominciavano a sentirsi mortalmente stanchi.

«Ma chi, chi me l'ha fatto fare di lasciare la mia caverna!» disse il povero signor Baggins rimbalzando su e giù sulla schiena di Bombur.

«Ma chi, chi me l'ha fatto fare di portare questo disgraziato di un piccolo Hobbit in una caccia al tesoro!» disse il povero Bombur, che era grasso e procedeva traballando col sudore che gli colava sul naso per il caldo e il terrore.

A questo punto Gandalf passò alla retroguardia e Thorin con lui. Uscirono da una curva molto stretta. «Dietrofront!» gridò Gandalf. «Sguaina la spada, Thorin!»

Non c'era nient'altro da fare; e agli Orchi non piacque affatto. Superarono la curva di slancio urlando a pieni polmoni e trovarono Fendiorchi e Battinemici che brillavano fredde e vivide proprio nei loro occhi attoniti. Quelli davanti lasciarono cadere le torce e lanciarono un grido prima d'essere uccisi. Quelli alle loro spalle gridarono ancora di più, e balzarono indietro, cozzando contro quelli che stavano sopravvenendo. «Coltello e Martello!» strillarono; e presto furono tutti in preda alla confusione, e la maggior parte di essi si affrettò a tornare da dove era venuta.

Passò un bel po' di tempo prima che alcuni di loro osassero oltrepassare quella curva. Nel frattempo i Nani avevano di nuovo percorso un lungo tratto di strada negli oscuri tunnel del reame degli Orchi. Quando questi se ne accorsero, presero le torce, infilarono scarpe leggere, e scelsero i loro corridori più veloci, dotati della vista più acuta e dell'udito più fino. Questi corsero avanti, rapidi come donnole al buio, e poco più rumorosi dei pipistrelli.

Ecco perché né Bilbo, né i Nani e neanche Gandalf li udirono arrivare. E neppure li videro. Gli Orchi invece, che li inseguivano silenziosamente, videro loro, perché il bastone magico di Gandalf continuava a emettere una fievole luce per aiutare i Nani nella loro avanzata.

Tutto a un tratto Dori, che adesso stava di nuovo alla retroguardia, venne agguantato nel buio, alle spalle. Gridò e cadde; e lo Hobbit gli rotolò giù dalla schiena nella tenebra più oscura; batté la testa sulla dura roccia e perse conoscenza.

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