- •Fai bei sogni
- •Isbn 978-88-304-3362-5
- •In copertina: foto © Veer.
- •XIII 49
- •XXII 88
- •XXVII 113
- •Quarant’anni prima
- •Almeno david copperfield aveva una zia
- •Poiché la realtà si era rivelata una tiranna sanguinaria
- •Ogni ragazzo ha una fuga dentro il cuore
- •Seguirono momenti duri e letterari
- •L’inevitabile mi colse alla sprovvista
- •Quanto tempo era trascorso
- •Ringraziamenti
Almeno david copperfield aveva una zia
VI
Almeno David Copperfield aveva una zia. Io mi sarei dovuto accontentare dei quattro fratelli maschi della mamma.
Il più giovane ne condivideva la sensibilità e in quel presepe di lozioni da barba finì per incarnare l’elemento femminile. Presi l’abitudine di chiamarlo Mio Zio. Provavo un bisogno disperato di imporre vincoli di appartenenza ai sopravvissuti.
Un sabato pomeriggio Mio Zio mi accompagnò a trovare l’altra nonna in una casa di riposo affacciata sui vigneti delle Langhe. Durante il tragitto conobbi le ragioni per cui non avrei potuto contare su di lei.
Nonna Giulia aveva avuto tante disgrazie e troppi figli. L’ultimo era stato proprio Mio Zio. Mentre era incinta di lui si era presa la rosolia e da allora aveva sofferto di crisi epilettiche.
Allo scoppio della seconda guerra mondiale il marito le era morto fra le braccia per un raffreddore guaribile con un’iniezione di penicillina, lasciandole una pensione da vedova e cinque orfani a stomaco vuoto, che era toccato alla primogenita riempire: a sedici anni mia mamma aveva cominciato a lavorare alla Fiat come dattilografa, senza smettere di occuparsi della madre e dei fratelli.
Potevo testimoniare che aveva continuato a tenerli d’occhio anche dopo. Casa nostra era un viavai continuo di giovanotti imbarazzati che venivano a interpellare la Grande Sorella su qualsiasi argomento: l’amore, il lavoro, il colore dei calzini.
La mamma li riceveva in cucina, dove depositavano l’obolo della consulenza: una scatola di marron glacé. Dalla mia postazione privilegiata di sbucciatore di piselli e primo assistente della cuoca ascoltavo discorsi incomprensibili, punteggiati di espressioni come «brava ragazza» e «posto sicuro».
Mio Zio era più giovane della mamma di una dozzina d’anni e si sentiva un po’ figlio suo. Mi raccontò della notte in cui aveva attraversato la città su un motorino scalcagnato per raggiungere la clinica in cui ero appena venuto al mondo. Mentre gli altri parenti assediavano l’ostetrica per avere mie notizie, lui anzitutto aveva voluto sapere come stava lei.
«Mi ha mostrato la tua cacca tante di quelle volte!»
«In che senso?» Arrossii.
«La facevi in un vasino a forma di oca. Tua mamma lo portava in giro per casa, magnificando il contenuto neanche si fosse trattato di una scultura. Era pazza di te.»
«E allora perché se n’è andata?»
Evidentemente le ero piaciuto finché avevo usato il vasino. Da quando ero passato alla tazza aveva smesso di volermi bene.
«Non lo ha scelto lei. È il destino che le è caduto addosso…»
Mio Zio staccò una mano dal volante e si infilò gli occhiali da sole per non farmi vedere che piangeva.
Arrivati alla casa di riposo attraversammo stanze piene di anni. Avrei mai visto la mamma con un mazzo di rughe sul volto? O sarebbe rimasta per sempre la giovane signora della foto che si affacciava da uno scaffale della libreria? La collana di perle e la camicia di maglina si erano messe d’impegno nell’invecchiarla, ma venivano smentite dal suo sorriso di ragazza e dagli occhi azzurri e puliti, disposti ancora a stupirsi di tutto.
Nonna Giulia ci venne incontro su ciabatte instabili. Mi abbracciò con un gesto più disperato che affettuoso e mi trascinò in una camera immersa nel verde.
«Cos’hanno fatto a mia figlia?» gridò, prima che Mio Zio riuscisse a sradicarmi dalla sua morsa.
Non avevo mai pensato che la mamma fosse anche una figlia.
Mi stupì che nessuno avesse ancora detto a nonna Giulia la verità, e cioè che la mamma aveva incontrato Brutto Male al ritorno da una serie di commissioni.
Se Mio Zio non mi avesse trascinato via, le avrei illustrato io lo svolgimento dei fatti, tacendole solo le mie note perplessità sulla faccenda della vestaglia. Le avrei spiegato che i colpi di scena non erano ancora finiti e il prossimo sarebbe stato la ricomparsa della Scomparsa.
Le mamme non godevano forse di un salvacondotto speciale che le rendeva libere di scegliere i tempi e i modi delle loro entrate in scena?
Seduto accanto a Mio Zio in automobile, mi sforzavo di tenere lo sguardo sulla strada. Dopo ogni cartello pubblicitario giuravo a me stesso che a quello successivo avrei sterzato sull’argomento. Invece ci girai al largo fino a casa.
Certe domande mi facevano paura. O forse mi spaventavano di più le risposte.
VII
Se sul fronte delle nonne la disfatta era completa, anche per le altre vicemamme si approssimava il momento della resa.
Avendo due figli da accudire, Madamìn non poteva trasferirsi a casa nostra.
Madrina di figli non ne aveva, ma litigò con papà. Uno scontro gelido, pieno di non detti. Lei e zio Nevio sparirono prima un po’ alla volta e poi del tutto.
Mio padre liquidò l’avvenimento con una delle sue massime da finto duro: «È una gran brutta disgrazia avere bisogno del prossimo, ma noi per fortuna non abbiamo bisogno di nessuno».
Forse mi chiesi se esisteva un nesso fra quel dissidio misterioso e il destino della mamma. O forse non me lo chiesi affatto: è la memoria che edulcora i ricordi e cerca di farmi passare per un piccolo ispettore alla ricerca di indizi, mentre ero solo un bimbo istupidito dal dolore che continuava a negare la morte di sua madre.
Nel deserto di donne che stava assetando la mia vita rimanevano la Maestra e le mamme degli altri bambini.
La Maestra aveva un cervello a forma di cuore. Noi alunni eravamo i suoi quaranta figli adottivi. Troppi per qualsiasi madre, ma non per lei che leggeva l’anima a tutti, dosando rimproveri e gratificazioni.
Era cresciuta in una famiglia socialista e parlava malissimo degli americani, all’epoca impantanati nella guerra del Vietnam. Io prendevo nota e riferivo a papà, che invece gli americani li adorava perché lo avevano aiutato a cacciare i nazisti dall’Italia. Credo di avere imparato allora i rudimenti di quello che sarebbe poi diventato il mio mestiere. Prendere nota e riferire. Con una buona dose di partecipazione emotiva, ma consapevole che di ogni fatto esistono sempre almeno due versioni.
Papà ascoltava i miei reportage in silenzio. Lui e la mamma non screditavano mai la Maestra. Se rimediavo un votaccio, significava che me l’ero meritato, non che lei nutriva un pregiudizio nei miei confronti. Le prime autorità che ho incrociato nella vita erano abbastanza autorevoli da non delegittimarsi a vicenda e mi davano la sensazione rassicurante di abitare un universo ordinato.
La scomparsa della mamma sporcò la nitidezza del quadro, imprimendomi il marchio del diverso. Il piccolo lord cresciuto dentro la reggia dorata - madre dolce ma giusta, padre amaro ma giusto - si ritrovò scaraventato all’improvviso nella polvere.
Ero l’unico della classe a non essere più accessoriato di madre amorevole. E anche se la Maestra stava attenta a non pronunciare mai la parola «mamma» in mia presenza, dentro di me il disagio per la condizione di orfano si mescolava al terrore che fosse ineluttabile e nutriva il demone dell’aggressività.
Nei primi anni di scuola avevo reso testimonianza al segno zodiacale della Bilancia sotto il quale ero nato, prodigandomi fra i compagni nel ruolo di pacificatore. Ora invece reagivo colpo su colpo alle provocazioni dei più maneschi.
Perché avrei dovuto continuare a comportarmi bene, se tanto non c’era più nessuno a dirmi bravo?
Le mamme degli altri bambini mi abbracciavano con un affetto gonfio di commiserazione, come se fossi stato un peluche caduto in una pozzanghera: stando attente a non sporcarsi troppo. In modo ben diverso le vedevo abbracciare i loro figli, che poi era il modo in cui la mamma aveva sempre abbracciato me. Una specie di slancio primordiale.
Non è semplice rimanere orfani nel paese dei mammoni. Certo, è anche il paese dei vittimisti e la perdita precoce di un genitore, se ben esibita, può diventare un’aureola o un certificato di impunità. Però per il ruolo di vittima bisogna esserci tagliati.
Io non chiedevo compassione e privilegi, ma amore. Pretendevo che qualcuno facesse il tifo per me. Invece per nessuna di quelle mamme sarei mai stato il primo della lista.
Nascondevo la mia disperazione dietro una maschera d’orgoglio, ispirata all’epica paterna dell’eroe solitario che sa bastare a se stesso.
Non ho mai sopportato chi si piange addosso. Io non piangevo nemmeno di notte. Credevo ancora che una mattina mi sarei svegliato e avrei visto la mamma ai piedi del letto con la vestaglia sulle spalle. Non volevo che trovasse il cuscino zuppo di lacrime.
VIII
Finché arrivò Mita, la tata incaricata di spolverarmi la vita.
Immaginavo una Mary Poppins che mi avrebbe riempito di baci e torte al cioccolato. La mia unica preoccupazione era che fosse troppo bella e papà se la sposasse.
Appena la vidi, tirai un sospiro di sollievo: aveva i baffi come il bidello della scuola. Sguainò le gengive in una smorfia da mummia e la puzza del suo alito mi stese.
«Sarà bella dentro» azzardò Mio Zio.
Si sbagliava.
Mita era stata al servizio di una contessa della collina imparentata con gli Agnelli. Viveva papà come una retrocessione e me come una sciagura.
Memore degli abbracci roventi della mamma, cercai un contatto fisico con lei. Appurata la rigidità dei suoi gesti, tentai di varcare la soglia dei suoi sentimenti. Ma non c’era posto, in quella landa desolata, per chi volesse lasciarvi un’orma diversa dalla glorificazione nostalgica e maliziosamente comparativa della contessa perduta. L’unico momento in cui la sua vita si era affacciata sopra una fiaba.
Era la prima volta che incrociavo una persona veramente ottusa e non accettavo l’idea di adeguarmi al suo livello di conversazione. Volevo un pubblico entusiasta per i miei monologhi e il fatto che Mita non comprendesse nemmeno i ragionamenti più elementari mi faceva uscire dai nostri colloqui con la sensazione di essere pazzo o incompreso.
Trovammo un terreno comune soltanto nella televisione, di cui poteva a buon diritto ritenersi un’esperta grazie alla conoscenza approfondita dei testi: Sorrisi e Canzoni e Radiocorriere TV.
Era, la sua, una religione pagana con i presentatori e i cantanti al posto delle divinità. I cieli e la terra erano stati creati in sei giorni da Mike Bongiorno, che al settimo si era riposato per mandare in onda un varietà di Pippo Baudo.
Ma il vero spartiacque della storia umana era stata l’apparizione di Gigliola Cinquetti al Festival di Sanremo. Benché fossero trascorsi ormai parecchi anni da quel prodigio, Mita continuava a cullarsi nel rimpianto di un paradiso perduto. Quando la Cinquetti cantava Non ho l’età per amarti e lei stirava le sottovesti della sua contessa.
Un sabato d’autunno papà andò a cena fuori. Era la prima volta che mi lasciava solo di sera e la novità mi procurò qualche brivido d’inquietudine.
Mita prese possesso del salotto e si sedette davanti al televisore con Sorrisi e Canzoni aperto sul grembo come un messale. Stava per iniziare Canzonissima, una gara di cantanti votati dai telespettatori attraverso le cartoline della lotteria.
Elettrice ondivaga, eppure dotata di una forma sottile di coerenza, Mita privilegiava i giovani di talento come Mino Reitano e Massimo Ranieri. Mi mise a parte del nome delle loro fidanzate e di molti altri segreti, ma la mia attenzione si scollò quasi subito dalle sue parole perché sul teleschermo era apparso qualcosa che la reclamava tutta.
Un ombelico.
La ragazza che osava esibirlo in pubblico si chiamava Raffaella Carrà ed era romagnola come nonna Emma e bionda come la mamma. Ricomparve più tardi in minigonna per tracciare traiettorie audaci con le gambe, sapientemente velate da calze di tenebra.
Ero troppo acerbo per cogliere in quelle mosse un presagio di sensualità, eppure il calore delle immagini scavò una breccia nelle pareti indurite della mia anima. Al termine del balletto mi sciolsi fra le braccia di Mita e, trattenendo il respiro come un palombaro, baciai le sue guance scavate.
«Sarai tu la mia mamma, adesso?» le chiesi con voce vergognosa.
«Mi dispiace, bambino…»
Disse proprio così: bambino. Senza chiamarmi per nome.
«Mi dispiace, bambino… Non ce la faccio a volerti bene. Nessuno ne ha mai voluto a me e… non so come si fa.»
«Se vuoi, te lo insegno io.»
Un po’ in effetti me lo ricordavo ancora.
«Non ci riesco… scusami…»
Si passò una mano sugli occhi e scomparve in bagno proprio mentre incominciava a cantare Massimo Ranieri.
Soltanto allora sentii crollare il sipario di piombo dentro di me. Quell’illusione di riavere indietro l’amore perduto che mi aveva tenuto abbarbicato a un mondo immaginario per un anno intero.
Ammisi con me stesso che la mamma se n’era andata per sempre e che nessuno mi avrebbe più amato, accettato e protetto come lei.
Il viso schiacciato contro il cuscino del sofà, piansi finalmente per la sua sorte. E per la mia.
IX
Le aspiranti mamme erano cadute una dietro l’altra e così le speranze di riavere indietro l’originale. Mi restava soltanto papà.
Per colmare in parte l’abisso di una madre che muore bisogna essere dei maschi femmina. Severi all’occorrenza, ma sensibili. Invece papà era maschio e basta, cresciuto nel mito di due uomini forti: nonna Emma e Napoleone.
Aveva le mani grandi e uno sguardo truce che incuteva soggezione agli estranei e anche a me. Sembrava incapace di darmi una carezza che non assomigliasse a uno schiaffo, come di preparare un caffelatte decente. Nell’interregno fra la morte della mamma e l’arrivo di Mita fu costretto a interpretare un ruolo che non gli apparteneva.
Al termine delle lezioni la madre caritatevole di un compagno di scuola mi scaricava davanti all’ufficio pubblico in cui lui lavorava fino alle due. Abbarbicato a un angolo della sua scrivania, aspettavo l’ora X scarabocchiando grappoli d’uva giganteschi sul retro dei fogli che trovavo nel cestino. La mamma era sparita anche dai disegni.
Quando il pennarello si scaricava, papà mi consentiva di usare una biro dell’ufficio, ma appena ci alzavamo per andare a casa pretendeva che la rimettessi a posto.
«Non è nostra. Appartiene allo Stato.»
Sono cresciuto credendo che lo Stato fosse un produttore di biro.
Alle due e mezzo sedevamo intorno al tavolo della cucina ed era il momento peggiore, perché tutto in quella stanza ricordava la mamma.
Papà si metteva ai fornelli. I suoi pranzi mi sono rimasti sullo stomaco e nella memoria con un sentimento di stupefatta riverenza. Troppo assurdi per non apparire geniali. La sua specialità era la carne in scatola riscaldata.
Un maschio femmina avrebbe cercato una tata in grado di riscaldarmi soprattutto il cuore. Ma agli occhi di mio padre certi discorsi erano esercizi di stile per sognatori. Nella scelta di Mita si lasciò guidare dagli unici valori in cui si riconosceva: onestà e praticità.
Ricominciai a mangiare la carne in scatola fredda, temperatura perfettamente adeguata a quella della casa. In compenso dovetti cedere la mia camera alla nuova arrivata e rassegnarmi a dormire con lui.
Il lettone della mamma si dileguò per lasciare spazio a un paio di lettini singoli con dei copriletto a rombi neri e marroni.
I copriletto erano il problema minore. Papà russava come un orso strafatto di miele. L’unica era riuscire a addormentarsi prima che si infilasse nella tana.
Ogni relazione ha una tonalità principale e la nostra si era fissata per sempre su un prato dell’infanzia. Mentre trotterellavo caparbio verso la palla lanciatami da mio padre, avevo rischiato di calpestare una margherita e mi ero chinato a raccoglierla per farne dono alla mamma.
Lei si era commossa, lui aveva dubitato della mia virilità. Nelle biografie di Napoleone, che papà conosceva tutte a memoria, si leggeva forse che agli albori della carriera il futuro condottiero avesse preferito cogliere margherite per la madre, anziché esprimere la propria volontà di potenza prendendo a calci qualcosa o qualcuno?
Il racconto dell’episodio mi perseguitò per decenni come una facile profezia: «D’altronde, quand’era piccolo si chinava a cogliere le margherite…»
Privata del cuscinetto materno, la frizione fra i nostri caratteri aveva perso ogni parvenza di vitalità per diventare lo sfogo cupo di due vittime incomprensibili l’una all’altra. Nemmeno per lui doveva essere facile convivere con un figlio che nell’aspetto fisico e in alcuni tratti della personalità gli ricordava di continuo la donna che aveva perduto. Ma io ero troppo preso dalla mia sofferenza per interessarmi alla sua.
La mamma era argomento tabù. Una sola volta osai chiedergli quale fosse, in una classifica ipotetica delle disgrazie, la più meritevole del primo posto: la scomparsa prematura di una moglie o di una madre?
Non si trattava di una curiosità filosofica, ma di una richiesta d’aiuto. Erano trascorsi solo pochi mesi dalla sera in cui avevo scoperto che le femmine avevano l’ombelico e che la mamma non sarebbe più tornata. Sentivo un bisogno disperato di commuovermi con lui.
Eravamo sulla sua auto - una Fiat 124 Coupé, più adatta a un pilota smilzo che a uno così massiccio - diretti a casa di Giorgio e Ginetta per festeggiare un compleanno.
Mi tenne un discorso molto razionale che durò tre semafori rossi e si concluse in retromarcia al parcheggio con questo dispaccio solenne: eravamo sistemati male tutti e due, ma dei due chi stava messo peggio ero io, perché una moglie si può sostituire, una mamma no.
Scese dalla macchina e non ne parlammo mai più.
X
L’unico canale aperto fra noi era il Toro.
A cinque anni credevo che il Grande Torino fosse una favola. Papà me la raccontava per farmi addormentare, ma per fortuna io non mi addormentavo mai.
Volevo sapere come andava a finire e andava a finire sempre allo stesso modo: che dopo aver vinto cento e cento partite, segnando cento e cento gol, Quelli Là - lui li chiamava così, ed erano le uniche volte in cui si commuoveva - salivano su un aereo per il paradiso e non tornavano più.
Era tutto chiaro, perfetto. La morte per me non esisteva ancora. L’avrei conosciuta due anni dopo e sempre tramite il Toro, severo addestratore esistenziale.
Alla vigilia di un derby contro la Juve mi venne l’influenza. Ma bastò che la mamma scendesse a comprare le medicine perché mi sentissi subito meglio.
Dopo aver insignito un vaso e il portaombrelli del compito di pali, iniziai a danzare in corridoio, tenendo la pallina di gomma al guinzaglio dei piedi nudi. Facevo tutto da solo, anche la radiocronaca, scandendo con voce pigolante il nome del mio campione preferito.
«Gigi Meroni avanza, scarta un giocatore della Juve, poi un altro e un altro ancora… Ma che fa? Incredibile! Torna indietro e li scarta tutti daccapo. Adesso è davanti al portiere: gli fa passare la palla fra le gambe, sopra la testa, sotto le ascelle… Meroni è solo, a porta vuota…»
Suonò il campanello di casa ed era Riccardo, lo juventino del secondo piano.
«Meroni è morto, è morto!» cantilenò giulivo, con quella cattiveria soave che anima talvolta i bambini.
«Cosa dici?!» gli urlai, la pallina ancora appiccicata ai piedi. «Meroni sono io!»
Solo, a porta vuota.
«Meroni tu?! Ma sei scemo? Accendi la radio. Lo ha messo sotto una macchina.»
Niente aerei, stavolta.
Andai al derby con papà e vincemmo quattro a zero fra i singhiozzi. Una tipica gioia da Toro. Fu il mio battesimo del fuoco come tifoso granata. L’ingresso ufficiale in una setta di lamentosi ma indomiti sfidanti del destino.
Le mie domeniche obbedivano a un rituale immutabile. Durante il pranzo papà stilava l’elenco di tutte le ragioni per cui non mi avrebbe portato allo stadio e che si riassumevano poi sempre in una sola: si era stufato di perdere tempo e soldi dietro una banda di brocchi che usurpava il nome di Quelli Là.
Dopo aver sbucciato una mela con gesti chirurgici, si barricava in salotto a far finta di guardare la televisione, mentre io cominciavo a vestirmi: mutande e sciarpa granata, il resto come capitava.
Digerito il telegiornale, papà si affacciava alla finestra e fissava i tifosi in coda ai cancelli. Abitavamo davanti allo stadio.
Restava a osservarli in silenzio qualche minuto. Poi tirava un sospiro che sembrava un monsone, scompariva nello sgabuzzino per infilarsi le scarpe e da lì mi gridava: «Andiamo! Ma sappi che lo faccio soltanto per te».
Io ero già sul pianerottolo da un’eternità, appoggiato alla bandiera color del sangue e del barbera che mi aveva regalato Mio Zio. Entravamo sempre a partita iniziata e ogni volta mi vergognavo come quando papà mi portava in ritardo a scuola: con la mamma non sarebbe mai successo.
Lei era insensibile alle ossessioni del tifo, però aveva dovuto imparare a conviverci.
Quando, una domenica di primavera, papà le fece balenare la prospettiva di una gita sui luoghi dei Promessi sposi, la sventurata rispose. Non sapeva che quel giorno il Toro sarebbe andato a giocare proprio sul lago di Como.
Mentre bevevano un cappuccino davanti al palazzo dell’Innominato, lui le indicò con finta meraviglia il cartellone della sfida, appeso a una parete del bar.
Allo stadio la mamma pretese almeno un posto a sedere: da qualche mese custodiva un ultrà dentro la pancia.
Sarei uscito di lì parecchie partite più tardi, quella però fu la prima della mia vita. Uno zero a zero sotto la pioggia. Ma io nel mio palco riscaldato ero ancora al sicuro.
Da quando la mamma aveva raggiunto Gigi Meroni e il Grande Torino, non mi sentivo più sicuro di niente. Le parole che pronunciavo in una domenica sarebbero potute entrare tutte in un sacchetto.
Papà era convinto che diventassi allegro solo quando vedevo il Toro e così incominciò a farmelo vedere anche in trasferta. Sai che allegria. Ne ricordo una a Varese, dove a tre minuti dal termine vincevamo due a zero. Finì due a due e passai il viaggio di ritorno a vomitare.
Poi però venne la primavera e, un piolo dopo l’altro, il Toro scalò tutta la classifica. Se una certa domenica dalle parti di Pasqua avessimo battuto il Napoli in casa, avremmo scavalcato la Juve e raggiunto la vetta. Come Quelli Là.
Stavolta papà mi portò allo stadio con un’ora di anticipo, ma non servì a molto: all’ultimo minuto languivamo ancora sullo zero a zero. Scrutai lui, il campo, le tribune. E dato che nessuno faceva niente, mi rivolsi direttamente a Dio.
«Ti prego, Signore, lasciaci segnare un gol. Mi hai già preso la mamma, sei in debito con me.»
Un attimo dopo l’allenatore del Toro gettò nella mischia l’attaccante più piccolo del mondo. Si chiamava Toschi e da buon folletto corse subito a nascondersi tra i fili d’erba.
La palla riposava in grembo al portiere avversario, il quale la passò al terzino, il quale la ripassò al portiere, il quale la restituì al terzino, il quale fece per ridarla al portiere…
Fu allora che il folletto si stufò. Venne fuori dal nascondiglio, ghermì la palla vagabonda e la sospinse in rete.
Nell’esaltazione collettiva che ne seguì, nessuno si accorse di un ragazzino di undici anni con le mani giunte e gli occhi al cielo.
«Grazie, Dio!» strillai cadendo in ginocchio.
Grazie un corno. A fine campionato gli arbitri annullarono al Toro due gol regolarissimi e la Juve ci soffiò lo scudetto per un punto. Tutto per consentire a Riccardo di incollare alle pareti dell’ascensore le figurine dei suoi adorati pigiami (così avevo soprannominato i giocatori juventini, a causa delle maglie a strisce).
Mi si chiuse talmente lo stomaco che per una settimana mangiai solo grissini. Continuavo a chiedermi quanto potesse essere sadico un Dio che mi aveva voluto orfano precoce di madre e tifoso di una squadra tanto disgraziata.
XI
Con la fine delle elementari avevo perso anche l’ultima ringhiera, la Maestra. Mi trascinavo senza guida in uno spazio indistinto e cominciavo ad avvertire una sensazione che non mi avrebbe più risparmiato: un demone sovrappeso mi incatenava alla terra. Un mostro molle e spugnoso che si alimentava delle mie paure: sfiducia, rifiuto, abbandono.
Lo battezzai Belfagor, il Fantasma del Louvre di un telefilm che aveva conteso a Polifemo il primato delle mie angosce infantili.
Mi tormentava di domande. Con tutte le mamme che c’erano, come mai era morta proprio la mia? I miei compagni andavano a scuola accompagnati dalla mamma, mangiavano la bistecchina al burro cucinata dalla mamma, quando erano smarriti scomparivano fra le braccia della mamma. Perché io no?
Il mio cervellino arrancava in cerca di risposte. Se mi fossi alzato sulle punte, avrei visto che al mondo esistevano incongruenze ben peggiori: guerre, epidemie, inondazioni. Ma Belfagor sapeva spingermi solo verso il basso. E da lì l’unico orizzonte che riuscivo a scorgere era quello della mia piccola vita.
Ogni tanto papà minacciava di chiudermi in collegio. Succedeva quando dimenticavo l’apparecchio per i denti nel piatto di un ristorante. Oppure quando gli chiedevo di licenziare Mita e di sostituirla con un essere umano.
Divenni un lettore accanito di orfanotrofi. Senza famiglia e Oliver Twist dormivano sotto il mio cuscino, ma non mi davano alcuna consolazione. Arrivai persino a invidiarne i protagonisti. Erano disperati in mezzo ad altri disperati e la condivisione del problema faceva sì che non si sentissero dei diversi come invece mi sentivo io, che dopo le elementari ero finito in una scuola cattolica per soli maschi, abitata da figli di papà molto più ricchi del mio.
Avrei avuto bisogno di un’altra Maestra. Invece mi capitò padre Teschio.
Il nomignolo era ispirato alla conformazione agghiacciante del suo cranio. Dando prova di saggezza millenaria, la congregazione a cui apparteneva lo aveva esiliato in Libia, ma lui era scampato alle purghe di Gheddafi per rientrare in Italia a purgare me. Quando mi ribellavo a qualche sopruso, e ai miei occhi tutto era un sopruso, mi colpiva sulla nuca con le nocche quadrate delle mani. Sguainando gengive simili a quelle di Mita, sibilava: «Tu non mi vuoi bene…»
Infatti non gliene volevo. Mi sentivo l’eroe all’incontrario dell’unico romanzo che Dickens non ebbe mai il cuore di scrivere: la storia di un bambino a cui tolgono senza motivo le donne della sua vita per costringerlo a crescere con una tata arida e un prete manesco.
Papà mi aveva iscritto a una scuola privata perché era l’unica che mi tenesse prigioniero fino a tarda sera, sollevandolo dall’incombenza di doversi occupare di me durante il giorno. Ma il privilegio di non vedere Mita alla luce del sole aveva un prezzo. La mensa del doposcuola.
Il settimo girone dell’inferno lo immagino così: una sala buia e rettangolare intrisa di odor di piedi, dove un cameriere allergico al sapone infila le crocchette di patate nei vassoi direttamente con le mani e pentoloni abnormi brontolano nell’oscurità, celando la pozione magica che trasformerà ogni affamato in un digiunatore volontario.
Sollevati i coperchi, il profumo della sala cambiava e il caro vecchio odor di piedi era schiacciato da un tanfo immondo di formaggio andato a male. Mentre il contenuto dei pentoloni veniva versato nelle zuppiere, padre Teschio in persona sovraintendeva al rito supremo: la preghiera con cui ringraziavamo il Signore per la nostra sbobba quotidiana.
Il risotto coi fegatini.
La prima volta che provai a mangiarlo lo vomitai, stupendomi che non ci fosse alcuna differenza fra quanto avevo rovesciato sul pavimento e quel che era rimasto nel piatto. Una poltiglia scura in mezzo alla quale andavano alla deriva come naufraghi le viscere degli animali sacrificati da Teschio durante qualche orrido rituale che si consumava nelle cucine.
Il creatore di quella leccornia era lui. Lo intuivo dalla passione con cui si aggirava fra i tavoli per controllare che ce ne fosse abbastanza per tutti. E appena trovava uno schizzinoso inappetente, erano nocche sulla nuca.
Non mi rivolgevo mai alla mamma per chiederle aiuto. L’avevo ibernata in una dimensione insondabile. Ma di fronte al risotto coi fegatini fui costretto a fare eccezione.
«Dammi un’idea, mammotta.»
E pensare che «mammotta» mi era sempre stata antipatica, come parola.
L’idea si materializzò mentre padre Teschio incombeva a due tavoli di distanza. Sarebbero serviti gesti rapidi e nervi d’acciaio. Sollevai il piatto stracolmo di fegatini e, trattenendo il respiro, lo passai sopra la testa di alcuni compagni a Rosolino, un tizio che mangiava di tutto, anche la carta delle caramelle e i tappi delle biro già morsicati da altri.
I fegatini facevano schifo persino a lui, ma non abbastanza da riuscire a interrompere il ciclo continuo del suo stomaco. Con tre cucchiaiate voraci ripulì il piatto e me lo restituì un attimo prima che gli occhiali di Teschio lo sottoponessero a un esame microscopico.
Rosolino continuò a ripulirmi il piatto un pranzo dopo l’altro. Ma una volta - una disgraziata volta - ci sbavò dentro un po’ di brodaglia scura.
«La mamma non ti ha insegnato a fare scarpetta?» mi alitò addosso padre Teschio.
Intinse un pezzo di pane nel piatto e me lo infilò fra le labbra.
Respinsi il boccone alieno con un gesto automatico: sputandolo sulla tonaca di chi me lo aveva propinato. Fui sospeso per due giorni e papà non mi rivolse la parola fino all’estate. Comunicavamo a gesti.
In quegli anni c’erano ragazzi che incendiavano le scuole e sfidavano la polizia. Io sputavo brodaglia di fegatini addosso ai preti, ma nessuno mi considerava un eroe.
XII
Rosolino era arrivato a Torino dalla Sicilia appena in tempo per farsi catturare da Teschio. Suo padre, a sentir lui, fabbricava miliardi. Ma i compagni più biondi dicevano che puzzava. E questo, oltre al suo accento del Sud, era bastato a iscriverlo al club dei reietti.
Dall’unione delle nostre vergogne nacque un’amicizia destinata a rompersi ogni sera sul pulmino del doposcuola che ci riportava a casa. Giocavamo a far rimbalzare le figurine dei calciatori contro la superficie morbida del sedile. Chi riusciva a dar loro il giro maturava il diritto di mettersele in tasca.
Rosolino truffava e io pure, ma con minore abilità. Ci insultavamo a vicenda.
«Terrone!»
«Bastardo!»
Non sapevo cosa volesse dire e quando lo scoprii il mio amico aveva già cambiato città.
A lui, come a tutti, avevo raccontato che mia madre non veniva mai a prendermi a scuola perché viaggiava molto per lavoro. Faceva la rappresentante di cosmetici indiani.
Originale, vero? Una volta la mamma doveva aver ricevuto in salotto una venditrice di prodotti di bellezza. Ho il ricordo vago di una signora che le spennella del liquido rosa sopra le unghie. Ma il riferimento all’India rappresentava un’aggiunta d’artista, ispirata a eventi recentissimi.
Le vacanze di fine anno erano una domenica allungata, appesantita dai fantasmi della ricorrenza. Della mamma non si parlava nemmeno al cimitero, dove papà preferiva concentrarsi sugli aspetti pratici: comprare i fiori finti che duravano di più, spostare la scala a rotelle sotto la fila di lapidi al cui vertice sorrideva la foto della defunta, inerpicarsi fino in cima senza versare l’acqua dal vasetto (ma a cosa serviva l’acqua, se i fiori erano finti?), scendere e riportare la scala a rotelle nel punto esatto in cui era stata trovata.
Dopo aver sostato col naso all’insù per qualche minuto senza dire una parola, tornavamo a casa a spassarcela. Lui in una stanza, io in un’altra e in mezzo Mita con il televisore acceso. La notte di Natale scansavamo gli inviti di Mio Zio - «tanto noi non abbiamo bisogno di nessuno» - e la regola che valeva per la cena della vigilia si applicava a meraviglia anche al pranzo del giorno dopo.
Poiché a Capodanno il campionato di calcio tirava il fiato, occorreva escogitare un altro diversivo e papà ebbe l’illuminazione del viaggio in India. Da Nuova Delhi a Benares, la città santa, famosa per la scalinata sul Gange che ospitava i peggiori derelitti dell’umanità e col nostro arrivo avrebbe potuto finalmente considerarsi al completo.
Il Gruppo Vacanze era affollato di mamme. Ovunque risuonavano i loro ordini ansiosi a proposito di oggetti, animali e mendicanti da evitare. Papà le imitava come meglio poteva, ma non possedeva la loro vista né la loro costanza. Così io finivo per ritrovarmi sempre nei guai. Gli altri ragazzini mi avranno persino invidiato.
Vorrei aver trattenuto qualche frammento spirituale del pellegrinaggio di un vedovo e di un orfano nella terra più mistica del pianeta. Invece il mio album di viaggio si riduce a un campionario di umiliazioni profane.
Papà che offre da bere ai camerieri dell’albergo - è la notte di Capodanno - e una comitiva di indiani appartenenti alla casta più elevata abbandona la sala guardandoci male.
Papà che si arrampica su un elefante con un turbante rosa da finto maragià e io, per non morire d’imbarazzo, vado a nascondermi dietro la colonna di un tempio indù.
Un amico di papà che apostrofa in italo-francese un compatriota di Asterix che gli ha appena piantato la forchetta nel palmo della mano, durante l’assalto quotidiano al buffet: «Maleducaton d’un franceson. Je suis italien e me ne vant!»
Papà, ancora lui, sorpreso da me nel corridoio dell’albergo mentre sbaciucchia una signora del Gruppo Vacanze. Una biondastra con le gambette rapprese in un paio di calze maculate che le guizzavano dalla gonna come pitoni.
Sul momento feci finta di niente. Però appena tornammo in Italia gli scrissi una lettera di una ventina di pagine, il cui succo era racchiuso nell’ultima riga: «Se sposi un’altra mamma, io me ne vado di casa».
Attesi una risposta che non arrivò. Ma la donna pitone scomparve nella foresta per sempre.
