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Breve_storia_della_lingua_italiana_Marazzini.rtf
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3. Il linguaggio lirico di petrarca

La caratteristica dominante del linguaggio poetico di Petrarca è la sua selettività, che esclude molte parole usate da Dante nella Commedia, inadatte al genere lirico. La parte dell’opera petrarchesca scritta in volgare è estremamente ridotta rispetto a quella latina. Il volgare non è qui la lingua “naturale”, ma la lingua di un raffinato gioco poetico; la lingua naturale dell’uomo colto è proprio il latino con cui infatti postilla le poesie volgari, annotando i propri brevi autogiudizi.

Petrarca fa ampio uso di una dispositivo che muta l’ordine regolare delle parole, anticipando il determinante rispetto al determinato (alla latina). Inoltre ricorrono chiasmi, antitesi, enjambements, anafore, allitterazioni, e si ritrovano binomi di aggettivi (“Solo e pensoso”), spesso di significato analogo (“Tardi e lenti”).

Petrarca poi scrive ancora in maniera unita sualuce, almio, delbel, laprima, belliocchi. Manca l’apostrofo, che fu introdotto solo all’inizio del ‘500. Il sistema di segni di interpunzione si riduce a pochi elementi. Sono presenti anche molti latinismi grafici, come le “b” etimologiche in huomo, humano e honore; le “x” (extremi), i nessi –tj- (gratia).

4. La prosa di boccaccio

L’importanza del Decameron per la prosa italiana è accentuata dal fatto che la prosa trecentesca non era ancora stabilizzata in una tradizione salda.

Nelle novelle di Boccaccio ricorrono situazioni narrative molto variate, in contesti sociali diversi. Tutte le classi si muovono sulla scena, dai regnanti alle prostitute, così come compaiono quadri geografici e ambienti molto differenti. Lo scrittore non ha rinunciato affatto, nella sua ricerca di realismo, a una caratterizzazione anche linguistica che sapesse cogliere queste diversità.

Le novelle mostrano spesso la vivacità del dialogo, con scambi di battute in cui entrano elementi popolari e anacoluti, oltre che una complessa ipotassi. E’ uno stile magniloquente, in cui le subordinate si accumulano in gran numero. Furono imitati i nessi largamente usati da Boccaccio per regolare il funzionamento e la successione del periodo, con i frequenti “adunque”, “allora” e “avvenne che”.

La prosa di Boccaccio, nelle sue forme normali, non mimetiche, è fiorentina di livello medio-alto. Nella grafia di Boccaccio, come in quella di Petrarca, si notano latinismi, come le “x” (exempli), il nesso –ct- (decto), la forma advenuto per “avvenuto”, come le “h” etimologiche in herba, habito. L’affricata dentale è resa dalla ç, ma anche dalla z (scioccheça, sciocchezza).

Boccaccio è autore anche di uno dei più antichi testi in volgare napoletano, un’Epistola databile al 1339. Si presenta in una lingua napoletana marcata in senso comico, ricostruita così come poteva farlo un non napoletano che volesse imitare a orecchio il parlato vivo del tempo. L’esperimento di Boccaccio è importante perché mostra un uso volontario di un volgare diverso dal proprio, identificato nelle sue caratteristiche fonetiche, lessicali e sintattiche.

5. I VOLGARIZZAMENTI

Questo tipo di libera traduzione continuò anche nel ‘300, in forme che si avvicinavano a veri e propri rifacimenti del testo originale (es: Le vite dei santi padri di Cavalca, i Fioretti di san Francesco).

Altri volgarizzamenti, sia da opere latine che da opere toscane, furono realizzati nelle varie lingue locali: ad esempio in siciliano, in napoletano, in ligure, etc. La prosa, molto più della poesia, manteneva in certi casi l’impronta della zona geografica, resistendo all’omologazione toscana.

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